Che la molla del vostro arrivo sia stato un semplice vagabondare o un percorso studiato a tavolino poco importa. Non guardate in alto. Almeno per ora. Se avrete pazienza, arriveremo alla grande chiesa che ci sovrasta: la parrocchiale dedicata al Santissimo Nome di Maria. Ma prima di tratteggiare il suo passato, a Calliano, ci sono altri luoghi di culto da visitare, altre piccole storie da raccontare. Volete seguirci? E allora partiamo. 
Siamo davanti alla chiesina di San Pietro, direzione nord, subito sotto la statale che porta a Casale Monferrato. La facciata di stile neo romanico, tardo ottocentesca, non vi tradisca: soffermatevi sull’abside, di fattura alto medioevale. Pensate: esso ci testimonia che l’edificio esisteva già nel 886 d. C., che era molto più ampio di quello attuale (allora la chiesa era a tre navate) e che disponeva di terreni e denari quasi quanto la pieve di Grana, da cui dipese sino al 1474, anno dell’erezione della diocesi di Casale Monferrato.

Visto tutto? Allora procediamo. Magari dando un’occhiata, sulla strada che conduce verso la frazione Perrona (dove, inoltrandovi ulteriormente, potreste trovare la piccola chiesa tardo cinquecentesca dedicata a Sant’Anna), alla cappella della Madonna della Neve: ora quasi in rovina ma risalente, perlomeno, al XVI secolo.
Entriamo in paese e, nella centrale piazza Marconi, fermiamoci davanti alla chiesa confraternita di San Michele. Documenti antichissimi ce la dicono già esistente attorno all’anno 1000. Ma la sua struttura odierna, a navata unica voltata, maturò nel tardo Cinquecento, dopo il concilio di Trento.
Poche centinaia di metri di marcia e, davanti al palazzo del comune, la restaurata chiesa di un’altra confraternita: quella dellaSS.ma Annunziata. Si tratta di un edificio ad aula unica e a pianta longitudinale, con facciata settecentesca. Con un’ulteriore sorpresa, sulla destra. Lì, i contrafforti e le finestre con centina murate ci ricordano che le origini del monumento risalgono al Quattrocento.
Un po’ di pazienza, qualche passo verso Grana e, quasi fuori dal paese, un’altra piccola chiesa. Al di là della sua facciata di fattura moderna sappiamo che San Rocco esisteva già nel XVII secolo.
Stanchi? Fermatevi sulla strada fra Calliano e Grana, in prossimità di un’altura ricca di vegetazione spontanea: vedrete i resti dell’antica chiesa parrocchiale di Calliano, San Felice (già in decadenza nel `700). Oppure, se avete ancora energie, svoltate verso San Desiderio e verso la chiesa parrocchiale della frazione, della cui fondazione alto medievale, purtroppo, nulla rimane.
Adesso retromarcia. Rimboccate la via centrale del paese, scalate la salita che vi conduce al sagrato su cui si affaccia l’ottocentesca casa parrocchiale e, davanti ad essa, eccovi giunti, come promesso, alla maestosa chiesa parrocchiale del Santissimo Nome di Maria. Prima che vi entriate, alcuni ragguagli generali: sorta sul sedime di una precedente cappella annessa al limitrofo castello (di cui adesso rimangono soltanto le scuderie), la chiesa attuale fu costruita fra il 1720 e il 1731 da un capomastro luganese, Martino Donati. La facciata, ahinoi, fu lasciata incompiuta e, come si vede dai mattoni di diverso colore che la compongono, fu terminata soltanto nel 1767 da Domenico Cragnola, con supervisione architettonica di Francesco Ottavio Magnocavalli di Casale. Nello stesso anno, venne inoltre eretto il campanile, progettato dall’ingegner Pietro Pozzi di Torino. Originariamente ad aula unica, le due navate laterali furono aggiunte nel 1880.

La chiesa per i tanti e pregevoli arredi sacri che custodisce, è di gran lunga l’edificio storico di maggior interesse del comune di Calliano.
Al suo interno due tele del pittore barocco Guglielmo Caccia detto “Il Moncalvo” (vissuto a cavallo fra `500 e `600): la prima, posta sul primo altare laterale di destra, è una Crocifissione ricca di pathos che fu realizzata anteriormente al 1593; la seconda, che adorna il secondo altare laterale nella navata di sinistra, è invece una Madonna del Rosario dipinta alcuni anni prima del 1618.  Questo quadro, insieme alle 15 tavole lignee che lo contornano, rappresenta uno dei modelli iconografici più cari al Moncalvo, che lo ripropose con poche modifiche in diverse chiese dell’alto e del basso Monferrato.
L’altare maggiore che venne realizzato dal marmorista luganese Pelagatta nel 1768 fu progettato dall’architetto torinese Bernardo Antonio Vittone.